lunedì 29 luglio 2013

L'immagine della settimana - 29.07.2013

Un classico, due classici e una pipetta


Quello che costa meno è il capolavoro del russo (€ 0.99). Il Davidoff, nonostante il nome, non è russo ma buonissimo, anche di più.  
La pipa è una Civic Canterbury che va d'accordo col Davidoff come la botticella di quercia stagionata col vino rosso.

L'immagine della settimana nasconde il tentativo di rimettermi in pari con le immagini, che è un po' che non le curo.

domenica 28 luglio 2013

L'immagine della settimana - 28.07.2013


Questo è il libro (a parte Ulisse, l'unico per ora) che leggo ogni estate da quattro o cinque anni. Pagina dopo pagina ho la sensazione di essere alle porte di una rivelazione definitiva ma, quando arrivo agli ultimi due o tre capitoli mi rendo conto di non aver capito niente. E ogni estate ricomincio da capo. Interessante, come procedimento mentale.
Anyway. E' un testo di 'divulgazione' scientifica sull'inesistenza e l'illusorietà del tempo. E su infiniversi paralleli.

Dentro la scatolina un paio di cariche di kentuky (comune)+virginia (Park lane 7)+latakia fumate in Brebbia

mercoledì 24 luglio 2013

Elogi, II,8: La natura dell'anatra iridescente

Dove si parla anche di malnati piccioni e di gabbiani impertinenti. Dove si farà la conoscenza di Giuseppe l'airone e si trarranno conclusioni politicamente scorrette.

Oggi ho visto un volo di anatre mentre tornavo a casa in scooter.
Costeggiavo il canale della Lagora, nel tratto che, dall'Arsenale Militare, porta al mare.
Il canale della Lagora, o semplicemente il/la Lagora, è il nervo un tempo davvero puzzolente della Spezia. Io lo vedo da più di 50 anni, oramai, e vi potrei raccontare storie a decine sui topacci che vi vivono.
Ricordo i tempi del liceo. Mi alzavo sempre dieci minuti troppo tardi e, anche se ero giovane e veloce, quando arrivavo alla Lagora rallentavo. L'acqua nera saltellava tra sasso e sasso, proprio come avrebbe fatto dovunque, e mi aspettavo di vedere un pesciolino. Volevo vedere un pesciolino, ma potevo solo contare i talponi a quintali.
Alla Profe di Latino, di Lettere Italiane e di Corretta Weltanschauung, avrei dovuto raccontare che differivo l'entrata per speranze frustrate e per ricordi, e forse l'avrei scampata. Ma invece, ignaro, restavo zitto e finivo dal Preside.


Il Lagora, dunque, fa parte dei miei miti giovanili, radici costanti di mitopoiesis.
Adesso che, dopo varie e lunghe peregrinazioni, sono tornato a vivere quasi sulle sue sponde, mi tocca di averci a che fare, ahimè, attraverso gli occhi della modernità sfigata.
Nel Lagora oggi vivono muggini a sacchi, anche se, di tanto in tanto, tirano le cuoia.


Ed è un piacere guardare i branchi che nuotano controcorrente, oggi che non ho più da correre per la lezione di latino e posso gettare lo sguardo al di là dei muraglioni, quando mi fermo ai semafori.
I muggini c'erano anche ai tempi, ma solo tra il liceo e il mare. Io venivo dal monte e non mi era permesso di sbirciarli, pena l'inemendabilità del ritardo. Erano presenti, se ricordo bene, solo dopo le piene che pulivano un po' le acque ed il fondo.
Al tempo l'acqua del Lagora era composta quasi esclusivamente dagli spurghi industriali e civili. Ed era scura e opaca come caffellatte 1) 
Oggi sono ben ambientati e c'è sempre qualche rumeno o maghrebino che prova a pescarli da uno dei ponti.

Qualche anno fa, quando d'inverno passavo in scooter con la mia piccola dietro, ci capitava sempre di vedere un airone cinerino. Un maschio, avevamo arbitrariamente deciso, di nome Giuseppe.
La presenza della mia bambina aveva prodotto un ritorno di poesia, trasformatasi per età mia e per volitività della piccola, in nomotetìa. 
Bello, Giuseppe, che al nostro passaggio talvolta apriva le ali e volava sulle mura militari in tutta la sua pulizia. Non l'avevo mai visto, ai tempi, sui fiumi più puliti e nelle valli più intatte ed ora eccolo qui, nel Lagora.



Anche, sono presenti lungo il corso delle acque ormai non più puzzolenti molte folaghe e/o gallinelle d'acqua. E merli e civette. E topi, e piccioni e gabbiani. 

Gli  ultimi tre sono presentissimi anche tra le case della città, poco lontane dal Lagora. Ci sono sere che le grida dei gabbiani in amore continuano sino alle due di notte, sui tetti dove hanno iniziato a fare i loro nidi. E alcune volte i gabbiani reali si alzano in volo come fantasmi bianchi, nelle notti senza luna, urlando come degli ossessi, tanto da svegliarti o da accompagnarti nel primo sonno.

Dei piccioni non dico, che tutti conosceranno il loro nidificare da gennaio a dicembre per l'eccesso di cibo.

Oggi, però, ho visto una cosa che non mi sarei mai immaginata. Un volo di germani proprio sopra il Lagora. Un volo di anatre, oleografico nella sua perfezione, proprio da dipinto da mettere sopra il caminetto, se sei un cacciatore.


Quello che io deduco è sillogisticamente dichiarato qui di seguito:
1) il Lagora per anni ha portato a mare tonnellate di inquinanti industriali e cittadini, tanto che il Golfo della Spezia, oggi, è tappezzato di milioni di metri cubi di fanghi impregnati di metalli pesanti e di residui oleosi.
2) gli animali, maestri di vita secondo natura, seguono il bene per istinto, non elaborando cultura speculativa e creativa, e vanno sempre dove c'è abbondanza ed è facile guadagnarsi la giornata 2).
3) dovrò dolorosamente abbandonare l'idea di mettere a coltivazione i due ettari che possiedo sui monti, tra cervi, zecche e caprioli, e mettermi a seguire le indicazioni che mi arrivano da aironi, germani e piccioni, 

e dichiarare che l'immagine qui sotto, ormai è stato dimostrato, è un fotomontaggio disonesto

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1) Oggi il Comune ha canalizzato molte delle fogne cittadine per portare gli scarichi ad un centro di depurazione, così che la maggior parte delle acque oggi è costituita da scarichi bianchi. Che poi qualcuno insista a buttare nel lavandino i residui di vernici e solventi esula da ogni controllo umano e divino.
2) questo è il punto. La natura di tutte le cose va verso la facilità e l'agio. All'airone non può interessare altro che la quantità di muggini presenti nelle acque. Per i muggini ha solo valore la biomassa presente nel loro ambiente. Il gabbiano ha imparato a cacciare i topacci pieni di veleni. A nessuno di questi interessa la qualità dell'ambiente, non essendo loro soggetti speculativi. E' creduto da molti che l'uomo abbia il dovere di sovrintendere il tutto, secondo la sua idea di giusto e perfetto. Ma, e questo è il punto, tutto ciò ha a che fare con la sua idea di natura. Non con la natura stessa. 
Questo post è un'esortazione a dichiarare le proprie scelte ideologiche, a discuterle e a vederle discusse, e a non trincerarsi dietro assoluti: Ah! La Madre Natura, la Madre Natura!

venerdì 19 luglio 2013

Elogi, II,7: Pesce spatola e sgombri per cena

Non passa settimana senza che faccia un salto al mercato del pesce. Mi piace il pesce e mi piace la gente che ci gira attorno.
Oggi vado a visitare la bancarella del mio amico comandante, come lo chiamo io. Spezzino purosangue, mi sembra, anche se non gliel'ho mai chiesto. Ha tre tranci di pesce spatola.

Il mio pesce spatola era un po' più piccino

_Quanto peserà questo?
_Questo?
_ No, lasci stare. Siamo in due e se gli porto questo mia moglie mi fa nuovo. Peserà più di un chilo.
_ Lo pesiamo.
_ No, mi dia questo, piuttosto.
_ Quello è piccolo, prenda questo che sta a metà.
Ci conosciamo, anche se ci diamo del lei, e la compravendita dei pesci al suo banchetto non ha senso commerciale. Diciamo che si va sull'astratto.
Prendo la spatola e passo oltre.
Mi andrebbe di mettere le mani su degli sgombri grossetti, da fare bolliti, sotto olio, limone, aglio e prezzemolo. Ma non ce n'è.
Alla fine ne trovo un mazzo a 4€ al chilo in un banchetto di due giovani, lui moro come un siciliano, lei bionda come una veneta, ma forse anche spezzina di quarta generazione. Spezia è diventata il punto di gravità permanente dell'Italia in cerca di lavoro, ai tempi della costruzione dell'Arsenale Militare, quando c'era Cavour, 1862, e il nemico veniva da Nord.


_ Mi date quattro di questi sgombri?
Si chiede sempre con cortesia, al mercato del pesce, anche se è del tutto ovvio che sì, te lo danno per certo quello che chiedi.
_ Puliti?
_ Se me li pulisce mi fa un favore.
_ La testa?
_ La lasci.
Mi piace il sapore che prende il brodino di pesce se gli lasci la testa. Magari è solo un leggerissimo retrogusto di mare, ma tanto non costa niente.



Mentre lei mi sbuzza i lacerti (sgombri, maccarelli, Scomber scombrus) lui nota la mia pipa (una voluminosa Dr. Hardy, bent, cioè col bocchino piegato, di splendida e lucente radica di noce, tutta fiamme e occhi di pernice, una pipa importante, come aspetto, che mi piace portare a comprare il pesce, per dissonanza inutile).
_ Scusi, giovanotto...
Non sarà certo una tattica per accalappiare il cliente, visto che ho già comprato. Detto da lui che avrà 15-20 anni meno di me sarà un vezzeggiativo cameratesco.
_ Cosa ci fuma nella pipa?
_ Tabacco... e lo dico stringendo le spalle, come se mi dovessi scusare per l'ovvietà.
_ Sì, ma che tipo...
_ Forte. Cioè Toscano trinciato, in questo momento. Semplice e senza aggiunte.
_ Ah, ecco! Perchè a me piace l'odore. Mai stato in Tunisia?
Sgamato, il ricciolo. Non siciliano ma tunisino.
_ Da noi, se va in un bar, a prendere un the, ci sono sempre tre o quattro che fumano la pipa. Io non l'ho mai fumata ma mi piace l'odore. Da noi ci si mette di tutto. Hashish. Conosce l'hashish?
_ Ne ho sentito parlare, rispondo.
_ E poi, scorze d'arancio, fiori, erbe strane. Un profumo!
_ A volte anch'io ci metto della roba dentro. Vino, liquori.
_ Eh! Ecco! Anche da noi. Ma hashish?
_ Eh, no! Qui è proibito.
_ Proibito? Proibito??? Ma come proibito...?
_ Proibito. Stop.
_ Ma anche se lo fuma in casa sua?
_ Anche in casa propria.
_ Ma daaài...
_ Eh, sì.
_ Strano. Da noi è proibita la droga. Qualcuno ce la mette, ma rischia. Comunque io non ho mai fumato la pipa, nemmeno quella normale, che dopo un paio di tirate esci fuori di testa.


Già, penso io. E' per questo che qui è proibita l'aggiunta di euforia.
Sarà perchè, in primis, è meglio far finta di essere vigili, mentre la nave affonda, E lo Stato si prende cura di noi, e fa suonare l'orchestra mentre distribuisce i giubbotti di salvataggio, inutili, vista la temperatura dell'acqua.
Poi perchè siamo moderni, e preferiamo impegnarci in giochi rischiosi, tipo far fallire società, stati e nazioni dopo aver ridotto alla fame milioni di braccia.
Ma basta, perchè alla fine ci deve essere un motivo più grande di noi, se gli sgombri me li passa un ricciuto tunisino che parla benissimo l'italiano ed è qui a Spezia, anche se l'Arsenale sta chiudendo.


domenica 14 luglio 2013

Elogi II,6: Elogio della trasformazione eterna

L'acciuga vive nel Mediterraneo e ingrassa fino a che non incappa nella rete. Tu la trovi sulle bancarelle del mercato a una somma che gira attorno ai 6€ per chilo, un prezzo che ci dice l'acciuga essere ancora lontana dall'estinzione. A luglio, quando le acciughe sono cicciotte e abbondanti, sui mercati della Liguria arrivano a costare 2€ al chilo.



Di tale abbondanza il ligure fa incetta, assieme a chili di sale marino integrale e si reca a casa tutto contento.
Qui l'acciuga inizia un lungo viaggio di trasformazioni e mutamenti, che nemmeno il libro dell'I Ching saprebbe interpretare.

La prima trsformazione: Acciughe sotto sale.
Per procedere a questa trasformazione, in primo luogo, l'acciuga NON va lavata in acqua dolce. Mio zio, brindisino, inorridiva quando vedeva le acciughe, sbuzzate, lavate sotto il rubinetto. Mio padre, reggiano, aveva la meglio se insieme facevano i tortelli, ma in questa cosa, non senza sbuffare, doveva dar ragione al cognato. E le acciughe, se possibile, venivano dunque lavate in acqua di mare. Essendo il mare non sempre disponibile nelle immediate vicinanze, i due preferivano, alla bisogna, non lavare affatto le acciughe insanguinate.
Una cosa il profano di acciughe salate deve mettersi subito in testa: la prima trasformazione cui va incontro il pesce è cruenta e priva di qualunque cura per l'igiene.
Le acciughe si gettano in un bulacco 1), una sull'altra, senza riguardo. Poi si prendono una per una e, con movimento ripetuto, con ritmo di quattro quarti, si stacca loro la testa (trascinando dietro le busecche), si getta l'acciuga in un secondo bulacco, si getta la testa nella spazzatura.
Acciuga su, testa via, acciuga giù, testa giù. Uùnoddùe treèquàttro.



Quando le acciughe costano 2€, si è soliti comprarne a cassette 2) così che il ritmo ti entra nella testa a scacciare ogni altro pensiero.
La seconda fase è di gran lunga più delicata: in un vaso di vetro si dispongono le acciughe a strati, testa coda coda testa, pancia schiena schiena pancia. Ai tempi dell'infanzia magica credevo che questo fosse dovuto alla maledizione dell'acciuga marcia che coglieva tutte le acciughe che condividevano le pance molli e le mettevano a contatto tra loro.
_ Perchè, mamma, si devono mettere così? Pancia schiena?
_ Perchè se no marciscono, perchè le pance, le vedi come sono molle?
_ E perchè, saputa mamma, si mettono testa coda coda testa?
_ Non so mica, ma si fa così.
Si fa così, appunto, per la maledizione dell'acciuga marcia, chiaro.
Adesso, nel mondo della razionalità atea e materialista, sono dell'idea che la disposizione risponda solo ad una necessità geometrica e di ottimizzazione dello spazio 3). Allo stesso modo è da preferire la disposizione schiena giù e pancia su: le acciughe saranno stipate, si toglieranno meno agevolmente dal loro letto di sale, ma ce ne staranno di certo di più, nel loro bulacco.
Ad ogni strato di acciughe si deve alternare uno strato di sale, di modo che questo entri in tutti i pertugi.  Mai lasciare bolle d'aria pena l'inciampo certo e improvviso nella maledizione dell'acciuga marcia.



Una volta riempito il vaso di vetro si è solo a metà dell'opera. Il sale succhia con continuità gli umori acquigni dalle acciughe formando presto una salamoia molto bagnata. Che va tolta senza indugi, aggiungendo ogni volta altro sale. Per agevolare l'appiattimento delle acciughe si usa mettere sopra di loro un tondo di pietra serena, o di marmo, utile anche a impedire l'uscita del sale, quando vuoti la salamoia, ma soprattutto adatto a ricevere un bottiglione pieno d'acqua su di sè. Il peso del bottiglione, secondo varie leggende, combatte la formazione di bolle d'aria e il conseguente avverarsi della maledizione dell'acciuga marcia.
Dopo diversi mesi di togli l'acqua aggiungi il sale, verso novembre-dicembre la prima trasformazione si è ormai compiuta: le acciughe sono diventate finalmente acciughe sotto sale.


La seconda trasformazione: l'acciuga alla sbattisasso 4) 
Qui da noi, sulla riviera di levante, le acciughe sono cibo gustoso e ubiquo. Te le ritrovi da tutte le parti.
Io ricordo da ragazzo, ai tempi della rivoluzione permanente mai arrivata, si andava all'Inferno, dopo le manifestazioni e le occupazioni. L'Inferno è una taverna, a quei tempi frequentata da carrettieri e operai, ricavata in una larga cantina sotto il livello stradale. Ci entri scendendo dal marciapiede per sei o sette scalini e, a quei tempi, ci trovavi una nebbia di fumo e di umido. 
A lunghi tavoloni unti e bisunti ci servivano tocchi di pane abbrustolito e cofanate di acciughe sotto sale, diliscate e coperte di olio, aglio e prezzemolo. Era il modo urbano di mangiare le acciughe, anche tra rivoluzionari permanenti, operai e carrettieri. Lo è anche oggi.
Un modo ben più folcloristico e radicale è l'acciuga alla battisasso, in uso nei bar dei paesi delle Cinque Terre. 
L'acciuga tirata fuori dal vetro è completamente coperta dal sale grosso, infilzata di sale grosso, consustanziata al sale grosso, della stessa natura, quindi, del sale grosso (anche se i seguaci della malnata truppa di Ario negano ciò). 
Per tentare la purificazione del pesce normalmente lo si passa sotto acqua corrente, sfregandolo bene tra le dita.
Nelle taverne di Riomaggiore o Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso si preferiva servirle così come sono. L'avventore, per mangiarle, le sbatte sul sasso dei muri per allontanare quanto più sale è possibile. Il risultato è che si è costretti a bere molto vino, se si vuole sopravvivere. Che è quello che l'oste voleva.
Anche qui la trasformazione mantiene il suo ritmo in quattro quarti: prendi l'acciuga, sbatti l'acciuga, mangia l'acciuga, beviti un gotto 5).

La terza trasformazione: la polentina d'acciuga.
Le acciughe sotto sale sono ingrediente prelibato per la preparazione di sughi e sughetti per condire la pasta. La trasformazione più semplice è questa: in una padellina antiaderente si versa un poco d'olio di oliva. Si adagiano 10 o 12 filetti d'acciuga sotto sale. Si aggiunge uno spicchio d'aglio e si fa soffriggere bene, dopo aver acceso il fornello.
Le acciughe (cinque o sei, se mi seguite) prendono subito a sobbollire tremolando sino a giungere a smaterializzarsi in una polentina molle di color mattone, o castagna sporca. Più che alle acciughe allora la nostra attenzione è tutta rivolta allo spicchio d'aglio, che non diventi bruno se non per l'attrazione dell'acciuga. L'aglio non deve assolutamente sbruciacchiarsi.
Avvenuta questa trasformazione dissolvente si mette da parte la padella, togliendola dal fuoco e la si fa attendere la giusta cottura della pasta. Molto al dente, la stessa, e scolata non troppo, viene poi fatta saltare dentro l'intingolo, sino a che il bianco di spaghetti o maccheroni si sia mutato in castagno sporco.
Sopra, contro ogni bon ton gastronomico, io aggiungo un'abbondante grattata di parmigiano reggiano. In tempi di magra, anche di grana padano.



La quarta trasformazione: fegatino di pollo alla livornese.
Questa è la trasformazione mimetica 6) per eccellenza. In ciascuna delle precedenti, anche quella della polentina, l'acciuga conserva tutti o alcuni elementi che ne permettono l'identificazione. Nessuno potrebbe confondere con altro il filetto deposto sul crostino. Nella pasta spuntano qua e là particule fibrose che la lingua esperta identifica subito. Per non parlare delle spinette che, di tanto in tanto, vengono raccolte dalla forchetta.
Ma le acciughe usate per sposarsi coi fegatini di pollo perdono del tutto la loro consistenza. Si proceda così. Ci si procuri una confezione di fegati di pollo. Capperi salati, olio,  Burro, cipolla, prezzemolo, sedano, carota pane toscano, sale, pepe. E, ovviamente anche se dimenticate dalla maggior parte delle ricette in rete, acciughe salate.
Qui non interessa la procedura. Solo si sappia che, soffriggi e rimescola, rimescola e soffriggi, alla fine il risultato è una crema di colore uniforme, tra il marrone castagna bollita e un color testa di porcino con tracce di indaco e amaranto assieme. Di spine di pesce non si troverà quasi più traccia e il sapore, per la prima volta, sarà proprio quello di un fegatino di pollo alla toscana. L'acciuga, alla fine, ha proceduto a rinascere in qualcosa d'altro. Completamente.



La cosa che mi affascina non poco è che, a questo punto, al fegatino di pollo si possono imporre altre trasformazioni. Come ingrediente di ripieni per farcire verdure al forno, come spruzzo di materia per dar sapore a pomodori freschi e rossi, o anche, quando è rimasto troppo nel frigo, come insaporente per paste da pesca (farina, aglio, formaggio e, volendo, le teste e le busecche delle acciughe da cui siamo partiti, conservate in surgelatore proprio come pastura da pesca) 7)
Non mi è mai capitato di pescare acciughe all'amo 8) e questo è l'unico intoppo che impedisce il completamento del brillante e luminoso circolo delle trasformazioni. 

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1) bulacco sta per bidone, vaso di plastica o di metallo. Nel dialetto genovese e spezzino. Ne ignoro l'etimologia, ma registro l'espressione tirare un bulacco nel senso di non onorare una promessa.
2) Qui da noi un vaso d'acciughe sotto sale vale anche come regalo di Natale, di compleanno, di matrimonio ed è buona cosa averne in abbondanza, in cantina.
3) la scoperta che l'arte dell'acciuga si dovesse trasformare nella logica dell'acciuga per giungere alla perfezione, è un fatto di grande momento e, di solito, irreversibile.
4) questa, come ci dice Google, è laa prima presenza in rete dell'espressione.
5) il gotto è il bicchiere di vino. L'autore è giustamente orgoglioso del conio riuscitogli in quest'ultimo ritmo di 4/4,  musicale come pochi.
6) antimimetica, si dovrebbe dire, se mimesi fosse inteso nel significato proprio di 'imitazione rappresentante'. Ma qui si usa il significato vulgato di camouflage. Dato che l'acciuga si mimetizza.
7) qui qualcuno potrebbe obiettare che, tante storie, a pesca ci si può andare anche con le acciughe fresche, altro che trasformazioni e mutamenti! Risponderò che, intanto, a pesca ci si va con le sarde fresche, mica con le acciughe. E se l'anziano pescatore preferisce le sarde, vorrà dire che questo percorso dei mutamenti ha un senso che il profano facilone, ignaro di sarde ed acciughe, può nemmeno immaginare.
8) Si può usare però la pastella come brumeggio (cioè l'atto di spargere in acqua materiali odorosi e saporiti per attirare i branchi di pesci) e raccogliere sotto la barca qualche po' di acciughe di passaggio. Per poi prenderle con reti e salai (sono i retini da pesca, con lungo manico di metallo, che in genere si usano per salpare pesci troppo grossi rimasti agganciati all'amo). 
Mi dispiace questa trovata furba e contro natura, che permette sì di chiudere il cerchio e di concludere la speculazione, quasi facendola diventare autoconsistente e giustificata internamente, come ogni speculazione dovrebbe essere. Mi dispiace perchè lo so che è un trucco. Il pesce non si cattura col salaio, per legge di natura. Ma questo sarà un altro discorso.

venerdì 12 luglio 2013

Elogi II,5: Elogio della canadesina motorizzata

Toglietevi subito dalla testa che qui si voglia parlare di bionde d'oltreoceano su harley davidson 1200. Sarebbe di certo una bella cosa, e incontrerebbe non poco. Ma non si parlerà di questo.


La canadese è una pipa e il piacere di fumarla in moto tocca livelli puri e imprevisti.


La canadese è una pipa che scalda un poco, se riempita di tabacco che brucia bene e se hai l'abitudine di gustartelo con tirate continue. Così che, inforcando la moto, il vento ti aiuta a tenere sotto controllo il calore del fornello, se vai piano e se tieni la pipa dietro il parabrezza, senza mai permettere che il saporito tiraggio continuo ti ustioni la mano o, peggio, ti bruci la radica del fornello.
Oggi ero sullo scooter di mia moglie e correvo tra il verde, fumando con gusto. 
Mi bastava allora sporgermi un poco dal parabrezza, come a guardare a destra o a sinistra, per esporre il fornello alla brezza, e sembravo un motociclista curioso, in scooter, che indagava tra gli alberi, magari per intravvedere un falco, o una lepre. Di certo nessuno avrebbe potuto immaginare la ragione di quel gesto estetico, così ovvio ed elegante (a me piace compiere atti molto comuni per le ragioni più private e incomunicabili - sempre in cerca di un senso per le cose più insensate, ahimè). 
La pipa che mi faceva dondolare, destra-sinistra, in un ritmo lento, era caricata con un tabacco pressato molto elaborato, con base Virginia-Forte al quale avevo aggiunto un toscanello, tagliato a rondelle. Il tutto, trovandomi nella possibilità casualissima, era stato spruzzato di Sciachetrà, il vino passito delle Cinque Terre1). Insomma, un tabacco prezioso e profumato.


L'avevo prodotto e confezionato in fogliette sottili sottili che, per caricare la mia canadese, arrotolavo tra i polpastrelli a misura del fornello. Un solo fiammifero, a volte due, ed ero pronto per la lunga passeggiata in scooter. Una caricata di questo genere, vuoi per la particolare disposizione arrotolata delle fibre, vuoi forse per l'aiuto che il vento dava alla combustione medesima, non si spegne mai, e il tabacco si trasforma in cenere candida e tenace, che il vento non riesce a far volare negli occhi del conducente fumatore di pipa.

Una siffatta passeggiata in scooter ricostruisce l'armonia perduta col tutto. 
In questo luglio non ancora bollente il bosco ai lati della strada è verde e umido e, come il corso dei torrenti e del fiume, non ha ancora combattuto col calore prosciugante dell'estate ligure. Anche l'asfalto sembra lucido e pulito. In un abbraccio così accogliente c'ero già stato e per lungo tempo, ma ormai non mi capitava più da tempo, prima di questo viaggio con la pipetta canadese tra le labbra.
Ma la prova definitiva delle virtù della canadesina allo sciachetrà - motorizzata - è stata la mia mancanza quasi assoluta di reazioni alla strombazzata che, sul più bello, mi ha fatto quasi uscire di strada. Un fuoristrada mi superò ad un tratto: passandomi accanto l'autista prese a dimenarsi tutto, facendo col braccio destro un evidente segnale ad indicare "cammina più a destra, te che con quello scooterino mi blocchi la strada e impedisci la mia corsa celere e spedita verso a te ignota ma di certo a me destinata destinazione". 
Non aveva ancora finito di mimare un concetto così complesso ed elegante con i poveri strumenti che aveva a disposizione che si trovò a svoltare a destra, lui stesso, dieci metri dopo, tagliandomi la strada. La sua destinazione era molto vicina, in effetti.



Un sorpasso incazzato per svoltare a destra tagliando la strada, ai tempi delle sigarette mi avrebbe portato a bestemmiare (se in scooter), metter mano alla mazza da ingorgo (che tenevo sotto il sedile, se in auto).
Nei giorni della pipa si è subito dissolto in uno sbuffo azzurro (ma soffiatogli contro, come uno sputacchio colorato, lo confesso).

Questo elogio è del tutto privo di un centro narrativo, essendo poverissimo poeticamente l'episodio del conducente epilettico, e non avendo, questo, funzioni strutturali o allegoriche. 
Il tutto non permette, dunque, arguzie ermeneutiche all'eventuale lettore. E anche lo stile, che corre in soccorso sovente a chi nulla ha da dire, è qui piatto e quotidiano.
Ma ora che fumo la pipa me ne sbuffo.



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1) Chiamare lo Sciachetrà vino passito rischia di costarmi anni in Purgatorio. Nel girone dei propalatori fraudolenti di mendacia. Lo Sciacchetrà è un vino ottenuto dall'appassimento dell'uva più zuccherina delle Cinque Terre, l'uva bosco, l'albarola e il vermentino, fatta appassire su reti e graticci e spremuta acino per acino dalle dita sottili delle donne di quei luoghi. Lo sciachetrà, invecchiato in botticelle di legno pregiato, imbottigliato e riposto per anni e anni nelle cantine salmastre in riva al mare, viene bevuto come goccia concentrata di meraviglia. Oggi non credo ce ne siano più molte di bottiglie effettivamente riempite dai polpastrelli delle donne di Riomaggiore o Vernazza, ma tant'è. 


domenica 7 luglio 2013

Sto lontano dal bello

   C'è un fantasma che si aggira per la rete.
Non è quello della lotta al capitale (finanziario), questa volta. E un po' mi dispiace.
Ma è. a mio parere, un fantasma più diffuso, interclassista, trasversale, come si dice oggi.
E' lo spettro del 'bello ma non mio'. Del 'commovente, ma non per me'. O ancora del 'fascinoso ma sto facendo dell'altro'.

   Da quando la rete ha dato a tutti noi la possibilità di scrivere e di essere letti sono successe due cose, istantaneamente.
La prima è che quasi ogni cosa tu abbia in mente di scrivere è di certo già scritta da qualche parte. Magari non con le stesse precise parole, ma con una statisticamente significativa identità. Hai un dubbio esistenziale o tecnico? Hai una domanda che ti sembra epocale e decisiva per le sorti dell'umanità? Scrivila su Google e scopri che almeno due o tre altre persone, SOLO IN ITALIA, l'hanno già fatta, da qualche parte sul web. Se poi la facciamo in inglese scopriamo che il nostro dubbio, o la nostra scoperta, ha già visto la luce decine e decine di volte.
La seconda cosa accaduta è che la ripetizione dell'esperienza scrittoria, il fatto che si scrive ad ogni momento e in ogni occasione, costringe a prendere le distanze da quanto scritto.
Una volta l'atto di scrivere aveva una sua nobiltà intrinseca, anche perchè costava fatica e soldi.
Oggi scrivere è un'azione deprezzata, svilita e iperinflazionata.
Tutti scrivono tutto e niente rimane fuori dal coro 1).
E' una cosa che stravolge il rapporto tra scrivente e lettore, quello che si è consolidato dalla diffusione della scrittura sino a fine millennio.
Io scrivo, si diceva. Noi pochissimi scriviamo. Voi, pochi o molti, ma di certo in numero molto maggiore, leggete. Se leggete in silenzio è anche meglio.

La seconda, che qui voglio abbozzare, è cioè l'idea che l'iperinflazione della parola porta alla presa di distanza dall'emozione che la parola vorrebbe comunicare. Che ci stiamo preparando un futuro digitale di cristallizzazione del sentimento.


Il fantasma si manifesta nei social network, soprattutto, dove i contatti sono ravvicinati ma impersonali, tutti ci siamo ma sempre in modo mediato. Dove non si sentono profumi ma neanche cattivi odori.
In questo ambiente di solito si 'condivide' schiacciando un'icona col mouse. Molto di rado si condivide commentando.
In questo secondo caso il commento è, di solito, sagace, spiritoso, razionale e mentale. Di presa di distanza. Se non addirittura di dileggio scherzoso. Sempre con toni medi, senza eccedere mai verso il sublime nè verso l'orrido. Come a dire: "mostro un'emozione, ma ne sono distante". Navigando sicuro lontano dai limiti. O almeno, dicendo chiaramente che, "insomma, quello che sto facendo è mio solo in parte. Porca putt*na! Sono una persona seria, io, non c'ho mica tempo da perdere dietro a queste cazz*te! Io..."
Si legge su facebook ed i suoi epigoni "Ho scritto questo. Chi l'avesse perso e ne avesse voglia e avesse tempo da buttare può trovarlo qui (link blu). Se proprio non avete altro da fare (e non vi lamentate poi...)". Click. Open in new tab.
Hai passato ore e giorni a scrivere quello che hai scritto. E l'hai trovato bello, degno di essere mostrato agli altri. Magari ne vai pure fiero. E chi lo legge, mediamente, lo gradisce e ne gode.
Ma ti hanno insegnato a vivere medio. E non denunci quindi il tuo appassionato amore del bello. Forse hai scoperto che la strada per l'esistenza è esattamente quella del medio. Del non esporsi e di essere sempre un po' lontano da quello che si mostra di essere. Come in un'eterna presa di distanza nevrotica: "Sapete, ogni tanto sono così. Faccio cose belle. Ma non mi capita spesso. E, di solito, sono proprio come ciascuno di voi. "
Niente paura, amici.

... ma anche no? ... ma anche no???

Così come la nuvola delle facce del libro, generalmente occupate a prendere distanza dalle loro emozioni condivise con altri. Che ti viene pure la voglia di chiedere: "ma che diavolo condividi a fare la tua emozione, se poi ti nascondi, e mostri di fare dell'altro?".


Ancora di più mi infastidiscono gli utenti del net che condividono sempre i post di altre pagine, senza commento, sempre della stessa pagina. Senza mai aggiungere nulla o togliere nulla. Senza mai dirci se in loro esista anche solo uno specchio difettoso, che in virtù del suo errore divino, rimandi un'immagine appena un po' distorta e nuova e meravigliosa del cortocircuito elettrico accaduto nel loro cervello.


E' un punto interessante, a mio parere. Non nuovo, visto che era lo spirito della borghesia, sin dai tempi della seconda rivoluzione industriale. E, credo, sia ormai appurato essere collegato alla massificazione delle esistenze e all'etimologia di responsabilità. Tutti insieme a cuocere lenti, in un brodo sempre sul fuoco, coi suoi flussi convettivi che tutto rimescolano senza mai costringerti a mutare natura e punti di vista.
Solo che adesso è tutto elevato a potenze globali ed ha preso andamento esponenziale. Senza che ci sia modo di uscirne.


Io, per me, continuo a pensare che la natura dell'uomo nobile e bello, è quella di mostrarsi appassionato per la sua vita, amante delle cose che fa, orgoglioso dei suoi momenti di grazia.
Che vuole condividere senza vergognarsi e senza lasciare intendere "ok, è capitato, ma tranquilli... mi metto le dita nel naso anch'io!"
E' probabilmente per questo che non sopporto la letteratura del presente e amo il vecchio espediente del fulmen in clausola.

PS: meraviglie della rete, nonostante tutto. Pochi minuti dopo aver scritto questo pezzo amato trovo uno scritto dell'amato Gramellini: Solo chi ama è veramente vivo.
Che vi invito calorosamente a leggere qui

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1) Un aspetto che mi piacerebbe studiare e che vorrei che qualcuno più dotato studiasse, è il tasso di divergenza permesso in rete. Può esistere un pensiero originale all'interno della massa di bit e di baud? Può esistere un bello diverso da quello che è lo standard? Io credo di no, o meglio, sono convinto che il tasso di divergenza è inversamente proporzionale alla vibilità del messaggio.
E' la scoperta dell'acqua calda. E' sempre stato così, sin dai tempi dei faraoni, ammetto. Ma la cosa totalmente nuova è la dimensione del fenomeno di comunicazione. Una dimensione tanto grande e totalizzante che diventa essa stessa un fenomeno da studiare come originale.